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09.Novembre 2020- - 05-2009-Il caso Renzi e il tempismo delle toghe

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09.Novembre 2020- - 05-2009-

Il caso Renzi e il tempismo delle toghe

L a rabbia Matteo Renzi la nasconde a malapena con il suo inner circle. «Va bene si sfoga io alla fine prenderò l'avvocato Caiazza, Lotti l'avv. Coppi, Maria Elena la Severino e Carrai l'avv. Di Noia. I pm di Firenze se la vedranno con loro e spiegheranno a loro perché vogliono buttare in politica una questione giuridica...».

Ed ancora: «È una cosa allucinante! L'avviso di garanzia mi è arrivato l'altro giorno, alla vigilia della verifica di governo. Io, comunque, visto che la cosa andrà avanti per anni, non rispondo. Mi chiedo come possano i Pm andare contro le sentenze della Cassazione solo per assicurarsi un po' di visibilità?! La verità è che vogliono buttarmi addosso solo fango mediatico Eppoi questa storia che vogliono scambiare la Leopolda per un partito, ma come si fa? È un'invasione di campo, meglio che sto zitto altrimenti mi incazzo! So solo che questa inchiesta ha provocato un danno pazzesco ad Italia Viva: un anno fa puntavamo al 10%, dopo quelle centinaia di perquisizioni i sondaggi hanno smesso di crescere, i soldi di arrivare come le persone che non rischiano più per darci un contributo anche economico». In un Paese in cui si ferma ogni cosa per il Covid, dalle scuole ai tribunali, le uniche inchieste che vanno avanti sono quelle a sfondo politico. Così la vicenda Open, data per chiusa, è tornata alla ribalta, malgrado poco più di un mese fa la Cassazione avesse fatto a pezzi l'indagine dei Pm («difetto di motivazione in ordine al fumus»), giudicando illecite le perquisizioni verso alcuni imputati. Puntuale come un orologio svizzero, alla vigilia di un vertice di maggioranza che doveva chiarire tutto, ma non ha chiarito nulla. Beh, con un avviso di garanzia in tasca, insieme a tutti i componenti di quello che una volta era chiamato il Giglio magico, era difficile che il più spigoloso dei capi della maggioranza potesse spingersi oltre il rito. Stesso copione ieri all'assemblea nazionale di Italia Viva dove Renzi ha detto che «è pronto a firmare un contratto di governo». C'è una distanza siderale tra quello che il leader di Italia Viva diceva appena mesi fa del governo e quello che dice oggi. E non è che il governo sia migliorato. Anzi. Ieri per la prima volta Conte ha dovuto licenziare uno degli uomini che aveva nominato in ruoli chiave, quel gen. Cotticelli fino a ieri commissario della sanità in Calabria, che non aveva neppure capito che toccava a lui impostare il piano regionale anti-Covid: non poteva non rimuoverlo, vista la vicenda surreale; ma, nella sostanza, se dovesse seguire lo stesso metro, il Premier dovrebbe mettere alla porta pure qualche ministro e il commissario Arcuri di fronte all'impreparazione in cui versa il Paese alle prese con la seconda ondata dell'epidemia. Per non parlare della confusione creata con la suddivisione delle regioni tra rosse, arancioni e gialle: altro che criteri imparziali! L'esecutivo per evitare disordini a Napoli ha lasciato la Campania in zona gialla, facendo, però, arrabbiare i calabresi. «Non conosce neppure la storia si sfoga l'azzurro Francesco Cannizzaro - : quest' anno è il cinquantenario delle rivolte di Reggio, del boia chi molla, e già ci sono state le prime manifestazioni nei capoluoghi, ma non c'erano solo gli esagitati, pure i borghesi!». Tutte queste cose Renzi le ha sempre sapute e le sa, ma fa finta di nulla. Oppure, è condizionato. In fondo sono trent' anni da Tangentopoli ai nostri giorni - che la magistratura più politicizzata, con il reato di cui è accusato l'ex premier, cioè finanziamento illecito, fa fuori protagonisti della politica o tenta di tagliargli gli artigli. E questo, non va dimenticato, è un governo organico alle due anime della magistratura «interventista», i nipotini delle toghe rosse e i seguaci del «rito Davigo»: basta pensare che l'«house organ» di Palazzo Chigi è diventato Il Fatto di Travaglio, da sempre il condensato del pensiero giustizialista nostrano. Per cui era fatale che l'ago della bilancia in Parlamento, cioè Renzi, si ritrovasse nel mirino. Potrebbero essere definiti «strumenti» di dissuasione: ogni volta che l'ex premier alza la voce, tornano vecchie inchieste dal passato. È un costume della casa: ne sa qualcosa pure Matteo Salvini. E, naturalmente, se sei al governo, se hai il potere di decidere, la «pressione» aumenta. «Da tempo ammette Gennaro Migliore c'è un tentativo di condizionarci, ma ormai siamo vaccinati. Certo colpisce la tempistica di queste azioni giudiziarie». «Una vicenda rincara Michele Anzaldi che fa venire i brividi: non si sa cosa hanno in mano i pm, ma intanto ti rovinano la vita. Per non parlare del tentativo di condizionarti politicamente. Ecco perché non mi stanco di ripetere ai mie colleghi che le critiche al governo non vanno fatte al bar ma pubblicamente: in questa situazione drammatica non puoi chiedere una verifica, eppoi uscirtene con la riforma del titolo quinto. Cosa gliene importa alla gente se oggi abbiamo sfiorato quota 40mila contagi?!». E torniamo alla «distanza» tra quello che professavano poco più di un mese fa Renzi e Zingaretti (anche lui da tempo nel mirino di un pm romano) e l'epilogo del vertice dell'altra sera: un mese fa parlavano entrambi di rilancio del governo, di rimpasto, ma poi sono rimasti imprigionati nella melassa di Palazzo Chigi. Un epilogo considerato strano anche da un personaggio come Cosimo Ferri, magistrato, ex esponente del Csm e ora deputato renziano, osservatore attento di quell'area di confine tra politica e magistratura. «È vero conferma dovremmo avere un atteggiamento più critico verso il governo. Ma poi... i tempi di questa nuova iniziativa giudiziaria colpiscono. Inoltre è un'altra puntata di un pm che indaga da una vita su Renzi. E pensare che arrivò a Firenze scelto all'unanimità, su consiglio dell'ex giudice Palamara». Già, in quella sala degli specchi che è il confine tra politica e magistratura, le vicende si intersecano, si confondono. Parli di una vicenda e la mente, naturalmente, risale ad un'altra. «Io ha raccontato a qualche confidente l'ex giudice Luca Palamara, da poco entrato nella commissione giustizia del partito Radicale con le inchieste su Open non c'entro nulla. Si sa che un pezzo della procura di Firenze è anti-renziana da sempre. Su questa vicenda si è inserito uno scontro di potere che riguardava il vertice della procura di Roma. Uno scontro cruciale che tra l'altro ha innescato la vicenda dei trojan al sottoscritto». Appunto, la Politica e la Giustizia. O, per grado di influenza, viceversa.

09/11/2020