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25. Marzo -2018- 005 – 976-L’amarezza di Romani: Liberato di un peso L’azzurro: «Mi batterò perché il nuovo bipolarismo non si chiami Lega-M5s»

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25. Marzo -2018- 005 – 976-

L’amarezza di Romani: "Liberato di un peso"

L’azzurro: «Mi batterò perché il nuovo bipolarismo non si chiami Lega-M5s»

«Mi sono liberato di un peso». Alla fine di dieci giorni decisamente caldi e di 24 ore roventi, Paolo Romani passeggia nei corridoi di Palazzo Madama senza nascondere l’amarezza per una vicenda in cui è rimasto stretto nella tenaglia del moralismo grillino e della volontà della Lega di tenere in piedi una entente cordiale con i Cinquestelle.

Per la sua giornata più lunga ha voluto accanto a sé a Roma le figlie Lucrezia e Federica, «la mia famiglia di criminali», scherza con amaro sarcasmo, ricordando come è stato trattato da alcuni media e dall’universo grillino per una condanna (tuttora al vaglio della Cassazione) per l’utilizzo improprio di un telefonino del Comune di Monza da parte di sua figlia. La stessa figlia che continua a dirsi costernata per quanto accaduto 7 anni fa e che tra poche ore, a 22 anni, si laureerà in Scienze dei Beni Culturali. Ma al di là della sofferenza personale che questa vicenda ha ingenerato ci sono le preoccupazioni politiche. «Io sono preoccupato per il progetto, anche se sollevato sul piano personale. Io intendo fare politica, mi batterò perché il nuovo bipolarismo non si chiami Lega-Movimento Cinquestelle». «Ora vediamo cosa accade. Non mi pronuncio, spero di avere torto. Le geometrie che si delineano con le due votazioni vanno in una direzione da me non auspicata. Io ho fatto un’altra battaglia politica». Concluso il vertice mattutino dei leader a cui aveva preso parte, Romani aveva reso pubblica la sua rinuncia. «Nel ringraziare il presidente Berlusconi per la stima e la fiducia accordatami offrendomi, convincendomi e insistendo nella candidatura a presidente del Senato, ritiro la mia candidatura per evitarne ogni utilizzo pretestuoso. Si sta preparando un percorso pericoloso per il Paese con il ribaltamento della espressione di voto degli italiani e con la rottura della coalizione di centrodestra. Nell’interesse del Paese, in primis e del mio partito ho lavorato affinché, attraverso la collaborazione istituzionale con le altre forze politiche si potesse arrivare ad una legge elettorale di coalizione, proporzionale, ma con un correttivo maggioritario, in grado di interpretare gli equilibri nel Paese. I risultati elettorali sono stati diversi dalle aspettative ma Forza Italia si è attestata come secondo gruppo al Senato, ottenendo dunque la possibilità di svolgere quel ruolo di garanzia ed equilibrio necessario in questo contesto. Continuerò il mio impegno in favore del mio partito e della stabilità politica nei ruoli politici, parlamentari, istituzionali e di partito con l’obiettivo di scongiurare gli effetti devastanti di una scelta politica che apre la strada al capovolgimento della volontà popolare». Il tutto senza dimenticare l’omaggio e il plauso per l’elezione di Elisabetta Alberti Casellati, «una donna di grande virtù, esperienza e competenza».

IL SENATORE E IL MAGISTRATO

Che differenza c’è tra un senatore e un magistrato di fronte ad un’accusa di peculato provata?

La differenza è che il primo viene condannato (da un magistrato e dalla stampa); il secondo viene perdonato (da un magistrato e dalla stampa).

Il senatore in questione è Paolo Romani forzista della prima ora, ex ministro di Berlusconi e uomo di punta del centrodestra.

Il magistrato in questione è Nicolò Zanon, togato illustre della Corte Costituzionale scelto direttamente nel 2014 dall’allora Presidente Napolitano.

Il primo finisce nei guai per un telefonino. Il secondo per un auto blu.

IL CASO ROMANI

Romani, nell’Ottobre del 2017, è stato condannato in via definitiva per peculato; l’inchiesta, scaturita da uno scoop giornalistico del 2011, rivelò che il senatore,

allora Ministro del Governo Berlusconi ma anche assessore all’Expo di Monza, aveva fatto utilizzare il telefonino di servizio del Comune alla figlia quindicenne. Romani si è sempre difeso affermando che non era a conoscenza dell’uso di quella Sim da parte della ragazza avendo lui un’altra utenza di servizio (quella del Ministero); e quando ha preso coscienza del guaio l’ex Ministro si è recato immediatamente in Comune a risarcire di tasca propria l’intero ammontare delle utenze telefoniche (circa 12 mila euro) tanto che l’amministrazione di centrosinistra di Monza non si è costituita neppure parte civile. Per il giudice invece Romani era a conoscenza dell’utilizzo che ne fece la figlia e anzi ne diede “pieno consenso” e per questo è stato condannato.

In questi giorni il caso è tornato alla ribalta essendo stata questa condanna alla base della decisione del M5S di non appoggiare la candidatura di Romani alla Presidenza del Senato.

IL CASO ZANON

Il Giudice Zanon nei giorni scorsi è stato invece costretto ad auto-sospendersi poiché è emersa una vicenda più imbarazzante: dalle risultanze del suo autista di servizio si è scoperto che il magistrato ha fatto utilizzare una delle due auto blu di cui sono dotati i giudici della Consulta, ai suoi parenti per scopi del tutto privati.

La storia è emersa perché l’autista ha dovuto motivare le troppe ore di straordinario accumulate durante il servizio: ore che ovviamente paga lo Stato, cioè noi. E a quel punto si è scoperto l’uso non proprio d’ufficio dell’automobile con in più una nota curiosa: e cioè che spesso era la moglie del magistrato a chiamare direttamente il carabiniere-autista per dargli disposizioni di come usare l’auto blu del marito; insomma, era un “auto di servizio familiare” a tutti gli effetti.

La Procura di Roma ha aperto un’inchiesta che è stata velocemente archiviata due giorni fa. Il motivo? Semplice: l’utilizzo “dell’auto di servizio a persone terze” è previsto dal Regolamento che i giudici si sono fatti da soli. È quindi del tutto lecito che l’auto blu del giudice Zanon sia stata utilizzata dalla moglie (esponente del Pd milanese) per recarsi più volte nella loro casa al mare in Versilia, per andare a prendere la cognata alla stazione o per accompagnare la figlia nei suoi giri privati.

Incredibile vero?

La cosa è molta strana per due ragioni.

Primo, perché se fosse così, non si capirebbe il motivo per cui la Procura avrebbe aperto un’inchiesta; bastava leggere il Regolamento in vigore.

Secondo, perché questo significa che anche altri giudici della “Corte suprema” utilizzano le auto di servizio pagate dai cittadini magari per scorrazzare in giro parenti, amici, vicini di casa o per “ragioni istituzionali” di shopping, vacanza, cene fuori o serate a teatro.

Questo significa, tra le altre cose, che a differenza del Senatore Romani (che ha rimborsato il danno causato di tasca sua ancora prima dell’inchiesta), il Magistrato non pagherà lui le ore in cui il suo autista ha fatto da autista a moglie, figlia e cognata.

Ma il vero problema è che è stato applicato il principio giuridico della “autodichia” che prevede che la Consulta è un organo “autogiudicante”; e cioé il magistrato Zanon può essere giudicato solo dai suoi colleghi della Consulta, che ovviamente (potendo per “Regolamento” fare la stessa cosa) difficilmente riscontreranno un abuso nel suo operato.

Ora alla Corte Costituzionale spiegano che stanno cambiando il Regolamento, ma finché il nuovo non entrerà in vigore, l’auto blu rimane un diritto inalienabile per i magistrati e i loro parenti.

Ovviamente la storia del senatore Romani ha trovato maree di editoriali scandalizzati (compreso quello dell’immancabile Travaglio) mentre quella del giudice Zanon, no (neppure uno dell’immancabile Travaglio).

LA VERA CASTA

Le due storie sono l’ennesima riprova di quale sia la vera casta intoccabile nel nostro Paese; e di come ai magistrati sia concesso fare ciò che per qualsiasi altro cittadino (politici compresi) sarebbe reato.

Perché in Italia la vera differenza che c’è tra un magistrato e un cittadino normale è la stessa che passa tra il peculato e i pe(r)culati.

25/03/2018