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17. Marzo -2018- 005 – 973-Berlusconi contro i grillini Apro la porta per cacciarli

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17. Marzo -2018- 005 – 973-

Berlusconi contro i grillini "Apro la porta per cacciarli"

Il Cavaliere: «Appoggio Pd su singoli provvedimenti»

Tajani: «Governo Lega-M5s? Un tradimento dei patti»

I nemici in campagna elettorale sono gli stessi di oggi. E quando Silvio Berlusconi arriva a Montecitorio, per incontrare tutti gli eletti azzurri, lo ribadisce subito, rispondendo ai giornalisti: «Ho aperto ai 5Stelle? Per cacciarli fuori!».

Il nuovo governo, dirà poi ai suoi parlamentari nella Sala della Regina, dovrà farlo «il centrodestra che ha vinto, con l'appoggio del Pd, non organico ma sui singoli provvedimenti del nostro programma. È ciò che serve al Paese». L'ex premier non nasconde che la strada è in salita, perché Matteo Salvini esclude i dem e vuole invece trattare con il M5s e anche Giorgia Meloni è contraria. «Cercherò di convincerli», assicura.

A smentire convergenze con Luigi Di Maio è anche Antonio Tajani: «Non esiste l'ipotesi di un governo Lega-M5s - dice, da Strasburgo, il presidente del Parlamento Ue - perché moltissimi deputati della Lega sono eletti anche con i voti di Fi, di FdI e di NcI, quindi hanno un vincolo con questi elettori. Sarebbe un tradimento degli impegni presi. Credo che non accadrà perché c'è un documento sottoscritto in sede di formazione delle liste per cui nessuno avrebbe cambiato bandiera, rompendo l'alleanza. I patti sono sacri e vanno rispettati».

Il vertice della sera prima, che Berlusconi definisce «molto positivo», soprattutto perché sarebbe riuscito ad imporre scelte unitarie, ha però messo in luce le divergenze soprattutto con il leader del Carroccio. A Salvini lui e la Meloni hanno proposto di fare il presidente del Senato, ma ora il Cav minimizza: «È ancora tutto campato in aria...». I timori ci sono. Anche quelli di una fuga verso la Lega di qualche azzurro. Così il Cavaliere spiega che martedì si è stretto un accordo contro i cambi di casacca nella coalizione «in Parlamento e nelle amministrazioni locali.

Tra gli arazzi al primo piano della Camera soprattutto le matricole si preoccupano che la legislatura viva il tempo di un mattino. «Sarà breve ma intensa», scherza l'ex direttore di Qn Andrea Cangini. Ma Berlusconi avvisa che tornare al voto «sarebbe follia pura: potrebbe far salire ancora i grillini, dal 32% potrebbero arrivare al 40». Poi, una delle sue battute: «Comunque, fatevi un amico tra i 5Stelle, convincetelo a venire con noi».

Il leader accoglie la richiesta dal basso di andare al voto per i capigruppo: Paolo Romani e Renato Brunetta resteranno solo temporaneamente, ma una quindicina di giorni dopo la scelta dei presidenti delle Camere, se si seguirà il regolamento, saranno eletti i successori e dovrebbero essere loro a salire al Quirinale per le consultazioni. Soprattutto sul presidente dei deputati c'è molta maretta e si riscaldano a bordo campo Maria Stella Gelmini e Mara Carfagna, mentre Romani punta alla presidenza di Palazzo Madama.

«Ho trovato Berlusconi molto combattivo», commenta uscendo la neoparlamentare Sandra Lonardo Mastella. «Ha fatto un discorso nobile, che dobbiamo lavorare per l'Italia», racconta l'ex ad del Milan, Adriano Galliani. «Mi preparo alla mia quarta vita - aggiunge - dopo telecomunicazioni, televisioni e calcio, quella in Senato. Malgrado l'età, sono un giocatore della Primavera». Vittorio Sgarbi vaga nel corridoio, tra i busti di La Marmora e D'Azeglio, chiedendosi: «Che governo si farà? Non l'ho proprio capito». A Luigi Vitali i giornalisti chiedono se è un neoeletto e lui risponde: «Semmai ripetente, alla quinta legislatura». Paura del M5s, accordo con loro? «Io no, vengo dalla Puglia, dove Fi ha fatto il 20% e sono stato eletto staccando un grillino di parecchi punti. Figuriamoci se ora mi alleo con lui!».

Ecco il piano segreto di Salvini Prima telefonata con Di Maio

Resta leader del centrodestra, ma apre a Di Maio e gli telefona: la Lega non sceglie. "Il ritorno al voto? Extrema ratio"

Dice di non smaniare per sedere a Palazzo Chigi «a ogni costo», ma già annuncia che il primo viaggio da premier lo farà in Cina e che lavora alla prima bozza di manovra economica.

Conferma che la Lega non farà patti «al di fuori del centrodestra», però pensa a un programma (di governo) «che parta da quello del centrodestra ma sia aperto a contributi e proposte, senza stravolgimenti», così da potersi «arricchire e confrontare con gli altri partiti». Tutti? No: «Fatto escluso il Pd, sconfitto dalle elezioni, tutto è possibile».

Ergo, soluzioni responsabili che cerchino in qualche modo la maggioranza in Parlamento? No: «lavoriamo per una solida maggioranza politica, non recuperando questo o quel transfuga». Quindi, M5s? «Con loro c’è una differenza culturale di fondo, ma bisogna capire e approfondire la loro proposta, vedere quando dalle parole si passa ai fatti». Forse per cominciare a capirlo, ieri ha avuto un primo cordiale colloquio telefonico con Di Maio. Si parla anche di un appuntamento per mercoledì 21, ma prima nega il leghista e poi si accoda il grillino. Tutto smentito. L’appuntamento, non la telefonata. Quella c’è. Qualche particolare di quello che si sono detti lo rivela Di Maio: per amore della trasparenza, dice. «Ho ricordato a Salvini che il Movimento 5 Stelle è la prima forza politica del Paese, con il 32% dei voti, pari a quasi 11 milioni di italiani». Il succo è che vogliono la presidenza della Camera, «questo ci permetterà di portare avanti la nostra battaglia per l'abolizione dei vitalizi e tanto altro».

Ascoltare Salvini e meditare sul nuovo-Matteo-pensiero - ieri nuova performance alla sala stampa estera - è un po’ come salire sull’ottovolante. Discese ardite e risalite che poco ancora dicono sul «nocciolo duro»: ovvero, dove voglia andare a parare. Se lo chiedevano ieri, all’indomani del vertice di Palazzo Grazioli, alla buvette di Palazzo Madama come a quella diMontecitorio senatori e deputati alle prese con i primi passi per l’insediamento della nuova legislatura. Anche il volto stralunato di Roberto Calderoli, che resta il candidato più autorevole alla carica di presidente del Senato (ne sa anche più dei funzionari, in fatto di regolamento), faceva capire che certe partite Salvini le sta giocando anche a prescindere dal bene della Lega: apparentemente a tutto campo, nella sostanza all’interno dello schieramento di centrodestra. Il leader leghista sembra ossessionato dalla necessità di rendere solida una leadership ottenuta nelle urne, ma che ancora stenta a farsi strada nello stesso centrodestra. È ciò che in gergo militare si definisce «fuoco di sbarramento»: una copertura sotto la quale si spera che il capo del Carroccio celi una visione di futuro condivisibile. I suoi razzi sono lanciati su tutto ciò che distingue, anziché unire, la coalizione vincente alle elezioni. In primis, il rapporto con l’Europa, la cui tela Berlusconi aveva riannodato certosinamente.

E invece ancora ieri Salvini è tornato a parlare del possibile sforamento del tetto del 3%, «se serve per aiutare la crescita quello zero virgola non sarebbe un problema»; del presidente Juncker, «primo degli euroscettici che hanno governato l’Europa affamando i cittadini»; della Germania della Merkel «che non può dare lezioni, ma imparare a rispettare i vincoli europei sul surplus commerciale». E di rincalzo, in politica interna, ulteriori accentuazioni sulla politica fiscale, quella migratoria e sulla sicurezza (ergastolo per lo stupro, equiparato all’omicidio). Con una postilla che apre a una nuova legge elettorale, con premio di maggioranza. Se ne evince una strategia di bombardamento su ogni ponte attorno al centrodestra, salvo quello che porterebbe ipoteticamente alla forza sinergica dei Cinquestelle. Con il leader leghista impegnato, piuttosto, nel tentativo di «egemonizzare» il centrodestra prima che nuove elezioni (a primavera ’19) o un ritorno in campo in prima persona di Berlusconi possano riportarlo a ruoli subalterni. Non a caso, per ora, è proprio l’eventualità di una rapida chiamata alle urne quella che Salvini esorcizza come extrema ratio.

17/03/2018