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13-Maggio -2018- 002 – 1028-Il libro dei sogni di Lega-M5s che ci costerà oltre 90 miliardi

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13-Maggio -2018- 002 – 1028-

Il libro dei sogni di Lega-M5s

che ci costerà oltre 90 miliardi

La legge di Bilancio firmata da Salvini e Di Maio? Solo il ritocco della legge Fornero pare immediatamente sostenibile

Un libro dei sogni che ci costerà oltre 90 miliardi

La legge di Bilancio Lega-M5s: solo il ritocco della Fornero pare immediatamente sostenibile

Roma - Le previsioni iniziali trovano conferma: la legge di Bilancio del futuro governo M5s-Lega costerà oltre 90 miliardi di euro.

Agli oltre 25 miliardi già sul tavolo (12, 4 miliardi di clausole di salvaguardia sull'Iva, una decina di correzione del deficit e circa 5 di spese indifferibili tra cui i rinnovi contrattuali della pa) occorrerà, infatti, sommare un'altra sessantina di miliardi.

La spesa maggiormente sostenibile è il superamento della legge Fornero con l'introduzione di un sistema a quote (età anagrafica più anni di contribuzione) per lasciare il lavoro. L'asticella che sarà fissata per l'età pensionabile (che quanto meno dovrebbe calare a 65 anni) determinerà comunque una maggiore spesa non inferiore a 5 miliardi di euro annui. Il reddito di cittadinanza, secondo i calcoli grillini, costa 17 miliardi di euro all'anno. Infine, l'ossimoro della flat tax con due aliquote (al 15% fino a 80mila euro di reddito e al 20% sopra gli 80mila euro) il cui costo è stato stimato dal senatore e cervello economico della Lega, Armando Siri, in 50 miliardi di euro.

Secondo il senatore del Carroccio, nel 2019 circa 35 miliardi arriveranno dalla «pace fiscale» (cioè una supermaxirottamazione delle cartelle esattoriali da cui nel 2020 dovrebbero poi arrivare altri 25 miliardi) e 15 miliardi dalla cancellazioni di agevolazioni e sconti nonché da spendng review e dismissioni di asset immobiliari. Resterebbero una deduzione per ogni componente della famiglia fino a 35mila euro di reddito, una per i familiari a carico tra 35 e 50mila euro, il bonus da 80 euro di Renzi e poi nulla più. «I redditi fino a 8mila euro resteranno esentasse», ha dichiarato Siri alludendo, però, la possibilità per i contribuenti con redditi fino a 20mila euro di optare anche per il vecchio sistema se il nuovo risultasse penalizzante.

Vale la pena, tuttavia, ricordare che le tax expenditures (o spese fiscali) sono 466 circa e costano allo stato 54 miliardi di euro l'anno. Si tratta di crediti di imposta, cedolari secche e sgravi su tributi locali. In base alle statistiche fiscali, le più ricorrenti sono la deduzione delle rendite catastali delle unità immobiliari adibite a prima casa (3, 7 miliardi per 26, 1 milioni di beneficiari con costo pro capite di 141 euro) e le detrazioni per le spese sanitarie (3 miliardi per 18 milioni di persone ed effetti pro capite di 180 euro). Toccare le detrazioni per carichi di famiglia e lavoro dipendente è tutta un'altra storia.

«Senza una no tax area consistente per tutti coloro che hanno reddito fino a 20.000 euro la flat tax al 15% aumenterebbe le tasse invece che diminuirle», ha commentato Renato Brunetta di Forza Italia sottolineando che «proprio per questa evidenza tecnica Fi aveva previsto una no tax area a 12mila euro bilanciata da una aliquota più alta al 23%, mentre la Lega preferisce mettere in campo un astruso meccanismo di salvaguardia». Secondo Brunetta, la previsione di recuperare addirittura 35 miliardi dalla rottamazione di cartelle «non sta né in cielo né in terra» perché «molte sono già state rottamate». «È l'ora della precisione», conclude.

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Ecco i calcoli sulla Flat Tax: premiata la fascia 40-60mila euro

Quanto costerà la "Flat Tax"? E soprattutto chi avrà benefici dal nuovo sistema fiscale?

Quanto costerà la "Flat Tax"? E soprattutto chi avrà benefici dal nuovo sistema fiscale? Di fatto come riporta il Sole 24 Ore, questo tipo di proposta sarebbe al centro delle trattative tra Matteo Salvini e Luigi Di Maio.

L'idea base è quella di dividere i contribuenti in due grandi fasce: una con il reddito famigliare fino a 80mila euro con l'applicazione dell'aliquota al 15 per cento e quelli più ricchi a cui applicare l'aliquota del 20 per cento.

Di fatto il primo gruppo viene ulteriolmente diviso in tre con le deduzioni fisse da 3mila euro. Di fatto, sempre come ricorda il Sole, queste entrerebbero in azione per ogni componente con redditi fino alla soglia dei 35mila euro. Mentre riguarderebbero solo i familiari a carico nella fascia che va dai 35 ai 50mila euro. La fascia che avrebbe più vantaggi è quella che va dai 40mila ai 60mila euro. Un vero e proprio "ristoro fiscale" per il ceto medio. Una riduzione quasi del 50 per cento dell'imposta. Almeno due milioni di italiani potrebbero godere di questi benefici. Una mossa di questo tipo premierebbe dunque soprattutto le famiglie con figli a carico. Per i redditi più bassi, come ad esempio per i single con un reddito da 15mila euro si avrebbe un risparmio del 5 per cento. Per quanto riguarda le coperture la Lega ha proposto di mettere mani alle tax expenditures, alla spending e alla maxi rottamazione delle cartelle. La flat tax che è allo studio di Lega e M5s punta tutto sul reddito famigliare. Il reddito viene visto come complessivo e non più individuale con le detrazioni per i figli. Adesso bisogna capire in che modo le due forze politiche che stanno dialogando cercheranno di passare dalle parole ai fatti.

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Mattarella cita Einaudi e avverte M5s e Lega: il Colle non è un notaio

Premier, ministri e conti: la parola del presidente sarà decisiva. Salvini replica duro

Se Lega e M5s vogliono ancora tempo, bene, non sarà questo il problema: il Quirinale «aspetta serenamente» notizie per stasera, però insomma, è disposto a concedere un'altra proroga.

Se invece vogliono fare tutto da soli, allora proprio non ci siamo. «Il presidente della Repubblica non è un notaio», dice infatti Sergio Mattarella da Dogliani ricordando «la lezione di Luigi Einaudi», semmai è «uno di quei robusti contropoteri che possono impedire abusi». Quindi attenzione: il nome del premier passa dal Colle, come la «scelta importantissima dei ministri». Ma anche le misure senza un «adeguato equilibrio fra costi e coperture» devono superare il vaglio presidenziale. Niente spese pazze, nessuna deroga dalla linea atlantista e europeista.

A Mattarella arriva subito la replica di Matteo Salvini: «Einaudi va letto tutto, scrisse di un Paese fondato sull'autonomia. È un grande».

Quelli del capo dello Stato non sono paletti, spiegano dal Quirinale, perché quel termine evoca i vampiri, e nemmeno un siluro. Piuttosto è un ultimatum che piomba sul tavolo di una difficile trattativa: a 48 ore dal discorso di Firenze sul «sovranismo inattuabile» e sul controllo dei conti pubblici, Mattarella approfitta del viaggio sui luoghi di Einaudi per mandare un messaggio forte a Di Maio e Salvini sui poteri del capo dello Stato e sulla centralità del Parlamento. «Cercando sempre leale sintonia con il governo e le Camere, Luigi Einaudi si servì in pieno delle prerogative attribuite al suo ufficio ogni volta che lo ritenne necessario - spiega - Fu il caso illuminante del potere di nomina del presidente del Consiglio dei ministri, dopo le elezioni del 1953. Nomina per la quale non ritenne di avvalersi delle indicazioni espresse dal principale gruppo parlamentare, quello della Dc». Quella regola è buona pure oggi: Mattarella ascolterà la proposta dei partiti, ma poi spetterà a lui dare l'incarico per formare un governo.

Stesso discorso per la squadra. «Era tale l'importanza che Einaudi attribuiva al tema della scelta dei ministri, dal volerne fare oggetto di una nota, nel 1954, in occasione dell'incontro con i presidenti dei gruppi parlamentari della Dc, dopo le dimissioni del governo Pella». Dal passato al presente, la situazione non cambia: sulle caselle più importanti, Interno, Esteri, Economia e Difesa, il capo dello Stato vorrà dire la sua. Insomma, attenti alle scelte, ci sono vincoli europei da seguire e delle alleanze internazionali da rispettare. Quanto poi ai conti pubblici, anche qui c'è l'esempio di Einaudi, «che rinviò due leggi approvate dal Parlamento, perché comportavano aumenti di spesa senza copertura finanziaria, in violazione dell'articolo 81 della Costituzione». Ogni riferimento alla flat tax e al reddito di cittadinanza è assolutamente volontario.

Einaudi, come raccontava Flaiano, per risparmiare divideva a metà le pere con i suoi ospiti a cena al Quirinale. La sua lezione è «la penetrante moral suasion nei rapporti col governo: consigli, previsioni, esortazioni che gli valsero, da taluno, la definizione di pedante». Però secondo il capo dello Stato la sua impostazione «tutt'altro che notarile», da «contropotere», funziona anche a giorni nostri. Einaudi fu «il moderatore dell'avvio della vita dell'Italia repubblicana». Mattarella vuol'esserlo dell'avvio del nuovo governo, Salvini e Di Maio sono avvisati.

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Luigi disposto a tutto: vuole solo Palazzo Chigi

Trattativa bloccata. Il Colle chiede un nome

Roma - Fumata nera. «Parliamo di temi, non di nomi», dice al termine Matteo Salvini. Frase chiave per capire che tutto è ancora bloccato là, sul nome da cui dipendono tutti gli altri: il premier.

Oggi si continuerà a trattare, ma non è al tavolone degli sherpa che scrivono il pistolotto programmatico che si discuterà di premier, e ieri Di Maio e Salvini si sono appartati da soli per un quarto d'ora appena: troppo poco per discutere del tema vero.

Alla vigilia del vertice del Pirellone, Luigi Di Maio - arrivato in ritardo dopo un misterioso incontro, c'è chi dice per prendere indicazioni da Grillo e Casaleggio - veniva descritto come pronto a cedere su tutto: posti, quote, programmi. A patto che il dioscuro padano Salvini gli regali il sogno di vestirsi a festa e istallarsi a Palazzo Chigi. Neppure la figura barbina inflittagli da Giorgia Meloni, che ha raccontato come il capo-partito grillino abbia provato a barattare poltrone con il sostegno alla sua premiership, lo ha spinto a desistere. Del resto, anche la Casaleggio è dello stesso parere: a Palazzo Chigi non vuole un tecnico, che chissà a chi risponde, ma qualcuno che alzi prontamente il telefono quando si chiama. E nel Movimento Cinque Stelle fanno trapelare di contare su una sponda al Colle, dove «non vogliono Salvini premier nemmeno dipinto», e dunque potrebbero vedere il giovane aspirante di Pomigliano come il male minore. Per il premier il nome grillino c'è. È sulla lista dei ministri che iniziano i guai: le caselle da riempire, tra ministri e sottosegretari, sono molte, e moltissimi nel partito sono quelli che si stanno freneticamente autocandidando a riempirle. Il problema, però, è che gli esponenti M5s sufficientemente alfabetizzati per poter gestire dossier di governo si contano sulle dita di una mano, o forse neanche quella. Non è questione di lauree (tra i «ministri» della finta lista pre-elettorale ce ne erano diversi muniti di diploma, sia pur della Link Campus di Vincenzo Scotti), ma di capacità amministrative e politiche. Alla Casaleggio si setacciano i gruppi parlamentari, alla ricerca disperata di personaggi vagamente spendibili: «Serve gente che obbedisce», ha spiegato Vincenzo Spadafora, scuola Rutelli-Montezemolo e ora molto legato a Di Maio (quindi in pole per un incarico). Ma i nomi son sempre quei pochi: Crimi, Toninelli, Lezzi, Bonafede.

Diverso il discorso per la Lega, che un classe dirigente ce l'ha, forgiata nelle amministrazioni locali del Nord produttivo (il M5s al massimo ha Virginia Raggi, che messa in un ministero lo farebbe probabilmente sparire per autocombustione come i bus di Roma) e ha responsabili di settore che maneggiano i dossier. «Ogni nostro eletto sarebbe un ottimo ministro», dicono fieri. Di certo non mancheranno in squadra Molteni e i Giorgetti e i Siri. Ma Mattarella ha messo in chiaro di volere, stasera o quando sarà, un nome innanzitutto: quello del premier.

13/05/2018